Io penso troppo.
O forse sento troppo.
Il mio cuore è imbottigliato, avvolto in strati ruvidi, e in altri troppo soffici, legato da spaghi ormai sfilacciati eppure resistenti come cavi metallici. Mi dico che è una misura di sicurezza. Che, a volte, se dovesse essere libero, sarebbe una creatura selvaggia, una specie di drago eruttante padrone di un fuoco che non sa controllare, che non sa scaldare ma solo distruggere. Ma penso anche che, forse, è così selvatico perché è sempre stato incatenato, non ha imparato a stare al mondo, a capire che le ombre si allungano verso sera, e che quelli che sembrano giganti in realtà sono soltanto nani. Però non so se potrei liberarlo: mi è arrivato in dotazione così, impacchettato e legato - forse sarebbe troppo fragile senza tutto il suo imballaggio.
Il mio cervello spesso prova a parlargli, ma lui non lo ascolta: gli dice "Sì, va bene" e poi continua a fare quel che gli pare.
Lo tiene al guinzaglio ma lui strattona, svolazza, si gonfia e trema. Lascia sfuggire zaffate di vapore calde e dolorose.
E poi implode, si accuccia rannicchiandosi su se stesso - e a volte vorrebbe piangere: non perché sia davvero triste, ma solo per sfogarsi, per buttare fuori un po' di tutta questa cosa che ha dentro che ribolle, che non si quieta, stupida e strana, dolorosa e felice.
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novembre 15, 2015
Io penso troppo. O forse sento troppo. Il mio cuore è imbottigliato, avvolto in strati ruvidi, e in altri troppo soffici, legato da spaghi...
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