Ogni tanto ci provo a ritornare.  Il fatto è che, quando sparisco, poi mi faccio delle domande, che non hanno veramente uno scopo, se non qu...

L'Aquila e gli eremiti che diventano Papa L'Aquila e gli eremiti che diventano Papa

L'Aquila e gli eremiti che diventano Papa

L'Aquila e gli eremiti che diventano Papa



Ogni tanto ci provo a ritornare. 
Il fatto è che, quando sparisco, poi mi faccio delle domande, che non hanno veramente uno scopo, se non quello di ritrovare una valida motivazione per farmi tornare.
Le mie domande sono tutte del tipo "Perché scrivo?": qual è il senso di queste pagine? Qual è il motivo per cui mi devo impegnare quando alla sera diventa molto più semplice e forse catartico annebbiarsi il cervello scrollando i social sprofondati sul divano?
Ci sono lunghe elucubrazioni contorte e forse anche per certi versi dolorose che si potrebbero fare su questo - ma non è questa la sede, o, più che altro, non mi va che sia il momento.
Il momento che mi vada che sia, invece, è un momento in cui impiego il mio tempo in qualcosa che mi dia soddisfazione, in una creazione. Non tutto deve avere necessariamente un senso profondo - o meglio: non per forza deve avere un senso che va oltre a quello intrinseco di esistere, di essere in se stesso qualcosa di bello ed arricchente.
E a me piace questo: mi piace scrivere, mi piace viaggiare.

A lungo mi è piaciuto scrivere di viaggi.
Non so dove mi abbia portata, ma quando avevo cominciato era semplicemente così: mi faceva del bene anche se era fine a se stesso. E adesso ne avrei di nuovo bisogno: avere la soddisfazione di creare qualcosa, ricordare momenti belli, lasciar emergere il loro significato attraverso le parole che scorrono sulla tastiera, provare a rimettere in piedi questa magia per cui, se fai qualcosa che ti fa del bene, anche tutto il resto pian piano comincerà a girare per il verso giusto.
Non so come, ma del resto non ho più nessuna risposta in questo momento. Ho solo tante domande, ma mi sento come se stessi di nuovo per partire per un viaggio. Come quando sai più o meno dove cominci, ma ancora non sai cosa troverai strada facendo, quanta bellezza, quanta fatica, quali parti di te dovrai rimettere in gioco, e quali aspetti nuovi scoprirai.
E quindi comincerò da qui, da un punto a caso, per andare avanti passo dopo passo: dall'aeroporto di Pescara, dove ritiro la mia auto a noleggio e mi avvio, titubante ma speranzosa, verso il mio on the road abruzzese.
Ho un po' di ansia da prestazione, perché non ho mai guidato per così tanti di giorni di fila: ma del resto va così - dalle proprie zone di comfort si esce solo quando si è obbligati dalla necessità, oppure quando si ritiene che ne valga la pena.
Questa storia appartiene alla seconda categoria.
La mia prima tappa è lunga un po' più di 2 ore: il mio Spotify mi fa compagnia e, nel momento in cui Ligabue canta
"Fantasmi sulla A14 / Dai finestrini passa odor di mare / diesel, merda, morte e vita.."
realizzo di essere anche io proprio lì, sulla A14, intenta a lasciare il mare per il cuore montuoso dell'Abruzzo.
Ma fa caldo e i finestrini li tengo chiusi, quindi chissà se anche il mio olfatto avrebbe potuto sperimentare la sua stessa esperienza.
Non lo so, ma penso che sia tutto piuttosto coerente con l'atmosfera di avventura, di cambiamento, di sete di bellezza che mi sto portando appresso - per cui è una colonna sonora altamente calzante.

Parcheggio al terminal di Collemaggio, ed è un buon punto per cominciare a conoscere L'Aquila, perché a pochi passi sorge uno dei suoi monumenti simbolo, che, oltre ad essere un'icona della città, è anche profondamente legata ad un personaggio che non solo ha avuto un ruolo rilevante nella storia locale, ma che è anche rivestito di quell'aura quasi ribelle da eroe inconsapevole che a me fa immediatamente scattare simpatia e fratellanza.
Sto parlando della Basilica di Collemaggio, imponente edificio sacro risalente alla fine del 1200, fatta costruire dal futuro papa Celestino V sui resti di un castello, in una posizione geografica strategica e scenografica: appena al di fuori delle mura cittadine, al centro di un lungo prato, affacciata sulle montagne circostanti.
Ma ciò che rende la figura di Celestino V emblematica fu in realtà il suo essere fuori dagli schemi e, soprattutto, avulso ed allergico a tutte gli intrecci di potere e di politica che, all'epoca in particolare, erano soft skill che, nel curriculum di un potenziale candidato al soglio papale, dovevano avere un peso molto importante.
Celestino, in realtà, prima di chiamarsi Celestino, si chiamava Pietro da Morrone e viveva una vita semplice e pacifica in un eremo dalle parti di Sulmona. Stava bene così: amava il silenzio, il misticismo dato dal digiuno e dalla preghiera e stare a contatto con tutta quella parte del creato che non fa mai troppo rumore, ovvero la natura.
Nonostante il suo stile di vita appartato ed il suo non essere alla ricerca di popolarità, col tempo la sua fama di mistico giusto e devoto attirò una piccola comunità che lo elesse a guida spirituale. E, per difendere il suo piccolo ordine dalle mire di controllo e dalla burocrazia vaticana che lo volevano sopprimere, andò a piedi fino a Lione per partecipare al Concilio e salvare la congregazione.
Insomma, Pietro viveva la sua vita semplice e devota, circondato dai suoi fedeli, ed era felice così.
Ma.
C'è stato un ma.
Il Re di Napoli Carlo II d'Angiò, complice lo stallo politico che si era venuto a creare con le potenti famiglie romani degli Orsini e dei Colonna (che in quel periodo sfornavano papi a turno), stava accarezzando da tempo l'idea di trasformare L'Aquila, città che per lui era strategica per il commercio della lana, in un polo religioso ovviamente fedele alla sua corona. 
E come riuscire a concretizzarlo? Ovviamente eleggendo un papa local.
Pietro non solo era una figura conosciuta ed amata, ma, con la sua fedelissima comunità di preghiera in mezzo ai monti e la sua semplicità, sembrava oltretutto incarnare la profezia della venuta di un "papa angelico" prospettata dal monaco cistercense Gioacchino da Fiore: un papa dalla spiritualità devota e pura, senza ambizioni terrene di politica e potere, che avrebbe portato la Chiesa in una nuova era di rinnovamento.
Quindi cosa volere di più?
Carlo d'Angiò, assieme ad una delegazione di prelati e notai, si inerpicò sotto il sole estivo cocente su per le montagne, fino a raggiungere l'eremo di Sant'Onofrio dove Pietro viveva, per convincerlo ad accettare di diventare papa.
Ma salire sul soglio pontificio non era affatto fra le ambizioni del nostro eremita, in realtà, che tentò ad ogni modo di fuggire da questa grana: pianse, scongiurò, provò persino a darsi alla macchia in mezzo ai boschi; ma, alla fine, qualcuno tirò fuori l'argomentazione che si trattava della "volontà di Dio", e a quest'ultima non riuscì più ad opporsi.
Io lo capisco perfettamente il povero Pietro: se ne stava tanto bene così, da solo in silenzio a contemplare la bellezza delle montagne - perché andare a complicarsi la vita, quando non aveva bisogno d'altro?
Il suo problema, però, era che credeva in Dio; e il problema di Dio è che spesso finisce per farti fare cose che non hai assolutamente voglia di fare - perché, boh, lo sa Lui, a te ovviamente sfugge e a quanto pare è anche giusto così. Per cui niente, alla fine ci si deve sacrificare e del resto è così che la religione cattolica ha prosperato per più di due millenni.
Pietro se ne scende restio dalle montagne a dorso di un asino, scortato dal re di Napoli e dal principe ereditario: loro vestiti di seta, lui vestito di umile tela - e il popolo, incantato, vede incarnata la profezia che sta aspettando da anni. Un Papa Angelico, povero e pio, che riuscirà a riportare la Chiesa ai suoi valori originari.
Pietro decise quindi di chiamarsi Celestino V, si stabilì nell'abbazia di Collemaggio da lui stesso fatta erigere qualche anno prima, e, per mantener fede alle aspettative nonché alla sua immagine, come primo atto dopo il suo insediamento, prese una decisione rivoluzionaria, in totale contrasto con tutto quello che la Chiesa aveva fatto fino a quel momento: concesse la possibilità di avere un'indulgenza plenaria completamente gratuita.
Ora - nel Medioevo le indulgenze erano di fatto il core business principale della Chiesa, un'operazione commerciale straordinaria, a ben pensarci: punto primo, ti impongo una serie di regole piuttosto stringenti secondo cui dovresti vivere; punto secondo, ti ventilo con una certa teatralità la punizione di cui sarai vittima se le violi, ovvero brucerai fra le fiamme dell'inferno quando sarai morto (a dire il vero nessuno è mai tornato indietro per poterlo raccontare, ma, insomma, il fuoco e le torture durante il Medioevo andavano alla grande e non erano amate da nessuno, per cui non fa una piega); punto terzo, ovviamente ti faccio perennemente sentire in colpa quando violi le regole, cosa che accade con una certa frequenza, soprattutto se sei ricco e un po' sborone. Ma - punto quarto! nessun problema: in realtà, poiché Iddio è misecordioso e noi suoi emissari sulla Terra pure, esiste un modo per riconquistare il paradiso anche se ne hai combinate di tutti i colori fino a ieri. E' semplice: o paghi, e ovviamente la parcella dipende dalla gravità dei tuoi peccati e anche dai bisogni più o meno spirituali della tua parrocchia di fiducia; oppure combatti in nome della Chiesa nelle guerre sante contro gli Infedeli che abiurano la vera fede e soprattutto danneggiano le rotte commerciali verso est.
Funzionava bene - e, del resto, prima di giudicarlo ipocrita, pensiamo che in fin dei conti di qualcosa si deve pur campare. E in più ci hanno anche regalato molti capolavori dell'architettura gotica e romanica, per cui io non ho nulla da dire.
Celestino però abolisce tutto questo e ti regala il paradiso semplicemente se ti rechi in pellegrinaggio fino a casa sua, alla basilica di Collemaggio.
Gratis.
Perché è il papa angelico, non gliene frega nulla del lusso e degli agi, sta in mezzo ai monti abruzzesi e non a Roma - e, ok, se vogliamo, anche perché così un sacco di gente arriva a L'Aquila e Carlo è contento, si placano i vari battibecchi che erano in corso fra i signorotti locali perché pare brutto e soprattutto gira più grana... Però, dai, principalmente era perché era onestamente convinto che la Chiesa dovesse essere umile, povera e a servizio della gente, così come direbbe il Vangelo.
Lui - era convinto.
Tutti gli altri che stavano a Roma e non solo, un po' meno.
Per cui, insomma, Pietro-Celestino non era visto tanto di buon occhio da tutti i suoi collaboratori della gerarchia vaticana. Lui del resto non era un animale politico: si trovava bene con il popolo, dalle persone semplici si sapeva far capire ed apprezzare, era diventato un leader inconsapevolmente, senza volerlo e senza pensare di poterlo essere, grazie alle sue qualità. Ma fra queste non c'era sicuramente l'agilità organizzativa di sapersi muovere in mezzo al top management del Vaticano, che, un po' come qualsiasi cricca di top manager, erano fondamentalmente squali assetati di potere e prestigio.
E Celestino gli aveva appena chiuso uno dei principali bocchettoni con cui tipicamente alimentavano questa loro sete - per cui, ecco, per lui le cose non andavano benissimo.
Pietro era di umili origini contadine, parlava solo volgare, non conosceva nemmeno il latino strettamente necessario per celebrare le funzioni, e anche questo aspetto suscitava molte perplessità e polemiche fra le fila dell'istruito top management clericale.
Di fatto Carlo d'Angiò stava sfruttando la sua ingenuità per farne un burattino fra le sue mani: gli faceva firmare delle bolle in bianco e gli fece nominare 12 nuovi cardinali in una botta sola - ovviamente tutti francesi e fedeli alla corona angioina.
Pietro-Celestino in tutto questo non si sentiva più vicino a Dio. Anzi, sentiva che tutto ciò che di buono poteva offrire nel campo della fede e dell'essere vicino al popolo stava scemando a favore di burocrazia, giochi politici e questioni più grandi di lui che non riusciva a capire fino in fondo.
E così, dopo soli cinque mesi, decise di compiere un altro atto inaudito nella storia della Chiesa: diede le dimissioni da Papa. Non era mai successo prima e non succederà un'altra volta prima dei prossimi 800 anni: Dante bollò impietosamente il gesto come dettato da viltade - ma è sinceramente difficile riuscire a biasimarlo. Senza contare che il clima all'interno del top management era decisamente ostile nei suoi confronti e i primi complotti volti a rovesciare il suo potere cominciavano già ad essere intessuti.
Pare che persino il suo presunto consigliere di fiducia lo avesse spinto ad abbandonare: era un certo Benedetto Caetani, cardinale esperto giurista, che guarda caso divenne poi papa al posto suo, col nome di Bonifacio VIII.
Il primo atto del nuovo papa fu ovviamente quello di tentare di far annullare la bolla delle indulgenze gratis, ma gli Aquilani la difesero con le unghie e con i denti, rinchiudendola in una cassaforte ed impedendo al Vaticano di metterci le mani.
E Pietro? Pietro sperava di poter tornare alla sua vita libera e semplice, ma Bonifacio non si fidava a lasciarlo a piede libero, e, per sicurezza, lo fece imprigionare. Morì tristemente poco dopo.
Gli Aquilani però non lo dimenticarono e tutt'oggi la sua figura viene celebrata: ogni anno, tra il 28 ed il 29 agosto, continua ad avere luogo la Perdonanza Celestiniana, che, oltre alla rievocazione storica dei fatti che abbiamo appena ricordato, offre sempre indulgenza plenaria gratuita a chiunque entri nella basilica ed attraversi la Porta Santa fatta erigere da Celestino. 

Dalla Basilica, prima di salire verso il centro, faccio ancora una sosta per vedere la Fontana delle 99 Cannelle.
E' semi-nascosta in una piccola piazza posta sotto al livello stradale, ma è anche lei un altro dei simboli di Aquila.
L'acqua trasparente sgorga da 99 cannelle, come suggerisce in maniera molto pragmatica il suo stesso nome. Di queste 99 cannelle 93 sono inglobate all'interno di mascheroni, con volti umani o musi di animali, ciascuno diverso.
Il numero 99, però, non è una scelta casuale: per L'Aquila ha un significato speciale.
La leggenda narra che i fondatori di Aquila furono proprio 99, come i castelli che si allearono per contrastare lo strapotere dei signorotti feudali del 1200: ciascuno di loro costruì una piazza ed una chiesa, come una specie di puzzle, e lo fece pensando alla planimetria di Gerusalemme - come atto di fede e di buon auspicio.
Da lì il numero 99 divenne un simbolo importante per L'Aquila: dato che non era possibile giocarselo al lotto, lo traslarono in tutti i modi possibili - da questa fontana ad una chiesa che suona 99 rintocchi (che sono tanti, ma gli aquilani ci sono affezionati).

Da qui si sale, e lo si fa attraversando vicoli che riportano ancora profonde ferite convalescenti del terribile sisma del 2009, che devastò il centro cittadino.
Una delle ferite più invalidanti l'ha subita la Chiesa di Santa Maria Paganica, che risale al 1300 e che nel corso dei secoli ha già avuto diversi danni provocati da terremoti, che hanno portato a diversi rifacimenti e restauri: al suo interno c'è una statua di origine medievale che raffigura una persona intenta a fare la linguaccia per scongiurare il malocchio - si dice che fosse stata donata alla chiesa proprio in seguito ad un crollo sismico, per proteggerla ed evitare che succedesse di nuovo. Purtroppo l'amuleto non è stato sufficiente e questa volta la botta è stata particolarmente dura: tutte le coperture sono crollate, e sono tutt'oggi così, dopo 16 anni.

Il centro dell'Aquila si posiziona all'onorevole altitudine di 714 metri sul livello del mare, e non è ovviamente pianeggiante - anzi, la stessa piazza del Duomo, che ne costituisce il cuore, è in pendenza.
Fu completamente riqualificato e ristrutturato sul finire degli anni '20, per fortuna mantenendone le forme eleganti delle architetture preesistenti e non convertendolo del tutto alla fredda spigolosità del razionalismo - ma quest'ultimo è comunque riuscito a portare un'impronta sobria ed ariosa.
Per celebrare il termine di questo importante progetto fu costruita una fontana, raffigurante due figure femminili in bronzo che reggono la conca abruzzese, il contenitore per l'acqua che i contadini della zona utilizzavano. Alla sera la fontana si illumina con un gioco di luci, pertanto, con molta concretezza, è stata alla fine denominata Fontana Luminosa.

Da qui ci si collega alla piazza del Duomo tramite i portici di corso Vittorio Emanuele, la via principale, pedonale, dove si trovano la maggior parte dei negozi e dei bar.
Tutta questa zona è fatta di pietra chiarissima, luminosa, che abbraccia e si fonde con una panoramica di palazzi storici che, come un album di ricordi, ci raccontano la storia e i cambiamenti dell'Aquila.
Qua e là, in qualche vicolo laterale, ci sono sprazzi di colore che ci ricordano come la sobrietà spesso in realtà custodisca ricchezze interiori variopinte, una volta che si riesce ad andare più a fondo: ombrelli colorati appesi in alto, chiazze arcobaleno sulla pavimentazione, nastri multicolore appesi all'ingresso del MAXXI, il museo delle arti contemporanee del XXI secolo.

Piazza Duomo è il cuore-salotto della città: è un perimetro barocco, inclinato ed elegante contornato da diversi palazzi che sono simbolo di storia e potere.
Si ritrovano qui, uno di fronte all'altro, come se fossero seduti in circolo a discutere di qualcosa di importante, il Duomo, affiancato dalla chiesa di Santa Maria del Suffragio, il palazzo arcivescovile, quello della Banca d'Italia e quello delle Poste.
Anche qui trionfa il bianco e la luce: mi siedo all'ombra delle gradinate a contemplare l'andirivieni dello struscio della domenica mattina, e la bellezza di questa giornata di sole di fine agosto.

E' la mia prima tappa alla scoperta di questa regione magnificamente variegata e riservata, e, per conoscerla, credo sia stato giusto cominciare proprio dal suo centro più importante, quello più ricco di storia e di storie, che, come dei ricordi di famiglia custoditi dal proprio patriarca, danno una chiave di lettura che aiuta a meglio comprendere le diverse anime e manifestazioni di bellezza che mi aspettano.
Mi rimetto in marcia, curiosa.
Ma ovviamente non prima di aver pranzato con un rifocillante piatto di arrosticini.
Non ci poteva essere miglior benvenuto in terra di Abruzzo.


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